Ma il cavallo ci vede come predatori?

Ascoltando una diretta Facebook ho sentito un’affermazione che suonava circa così: “più rispettiamo la natura di animale predato del cavallo meno rispettiamo la nostra di predatori” … e così mi è scattata subito la domanda (che era più una protesta interiore) “ma il cavallo ci vede come predatori??”.

preda predatore

(nella foto una temeraria preda e un'improbabile predatrice giocano insieme con un bastone al plenilunio).

 

A me risulta che la specie umana sia nata come fruttivora/erbivora e che durante la sua evoluzione imparando a usare degli strumenti abbia cominciato a nutrirsi di animali, probabilmente prima di carcasse trovate e uova, poi di insetti, poi di altri animali cacciati appunto con rudimentali utensili, e che questo tipo di alimentazione abbia subìto una prima accelerazione con la scoperta del fuoco (tutt’oggi mangiare carne cruda richiede delle precise regole di igiene) e circa 10000 anni fa con l’inizio dell’allevamento. Nb: che si siano trovate le prime tracce della cottura e poi dei primi allevamenti non vuol dire che tutti gli esseri umani sparsi ormai per tutto il globo abbiano cominciato contemporaneamente a cucinare e poi ad allevare (se quando Ford applicò il taylorismo alla produzione delle automobili nel primo ‘900 ci vollero decenni prima che queste diventassero un bene di massa, meno di 100 anni fa c’erano molti più cavalli in giro che automobili, immagino che per la diffusione dell’allevamento ci siano voluti centinaia di anni e per l’utilizzo del fuoco probabilmente migliaia).

zucca fra

(in foto pony indifeso subisce attacco predatrio da umana vegana)

A livello biologico e anato morfologico insomma non abbiamo molto del predatore, denti smussati, unghie e dita fragili per non parlare del nostro apparato digerente. Di sicuro siamo onnivori, ma come spesso capita non è detto che ciò che introduciamo nel nostro corpo sia l’ideale per lui; questo non vuol dire che ne venga subito compromesso, basti pensare al fumo di sigaretta: a volte la resilienza del corpo ne annulla gli effetti, anche se per lo più a lungo termine porta a esiti nefasti. L’organizzazione mondiale della sanità ha definito la carne come potenzialmente cancerogena e quella lavorata come sicuramente cancerogena (soprattutto a carico proprio dell’apparato digerente)...insomma c’è qualcosa che non torna.

 

Certo abbiamo gli occhi posti frontalmente e l’aver iniziato a mangiare altri animali da migliaia di anni ha modificato probabilmente il nostro dna e sicuramente il nostro comportamento... il che non è detto che sia un fatto positivo.
Uccidere un altro animale e mangiarne la carcassa, anche se forse non vale per tutti o non ce ne rendiamo conto, non è un processo indolore per la nostra mente e la nostra intelligenza empatica, tutt’ora spesso i bambini reagiscono con dolore alla presa di coscienza dell’uccisione dell’animale o ne rimangono scioccati tanto da mantenerne il ricordo per tutta la vita (mi è capitato spesso di sentirlo raccontare dalle persone cresciute in campagna). Superare questo probabile trauma e comunque accettare empaticamente l’idea di cacciare e uccidere o allevare e uccidere (in particolare con l’avvento dei mostruosi allevamenti intensivi) richiede una dissociazione enorme fra ciò che abbiamo nel piatto e tutto quello che ha comportato per la vita di quell’animale, a maggior ragione se abbiamo cosapevolezza della nostra stessa paura della morte, e probabilmente questa dissociazione ci rende meno inclini a metterci nei panni degli altri, fino al disinteresse o all’incapacità totale di farlo.

Anche a livello di comportamento sociale siamo più simili ai cavalli che a lupi e leoni...o altri predatori che generalmente hanno piccoli gruppi familiari con cui cacciano a meno che non siano del tutto solitari. Noi abbiamo sempre avuto famiglie numerose, la famiglia nucleare è un’invenzione degli ultimi 70 anni, e creiamo gruppi sociali con cui ci coordiniamo (circa) nella distribuzione delle risorse, perché l’unione fa la forza (mentre in un predatore fa la fame). Siamo animali sociali e gregari, riusciamo a essere anche gregari interspecie (come tanti altri animali), chiaro che il gruppo sociale vicino è il nostro nemico, perché le risorse sono quelle che sono, e la distanza fisica alla quale il nostro vicino è considerato abbastanza vicino da essere amico/nemico varia a seconda del contesto storico/spazio/temporale (rivalità fra vicini, quartieri, città, regioni, stati, confederazioni, continenti, pianeti, universi, religioni… in tempo di quarantena anche miseramente fra dirimpettai). Qui sfocia la nostra aggressività naturale, dettata dalla paura della morte, dalla volontà di sopravvivenza legata alla legge della preservazione della specie, quella che forse da esseri intelligenti quali ci riteniamo dovremmo controllare, indagare e trasformare alla luce di problemi contingenti condivisi e anche piuttosto urgenti come la gestione sostenibile della nostra esistenza sul pianeta ...ma questa è un’altra storia.

Forse più che la nostra “natura (discutibile) di predatori” è proprio questo nostro comportamento ciò che legge e valuta il cavallo.
Quindi più ci avviciniamo a lui più dovremmo abbandonare questa dissociazione empatica, forse proprio al contrario avvicinandoci di più alla nostra natura profonda, che è di animali sociali, gregari, capaci di metterci nei panni dell’altro, leggerlo, com-patire e con la straordinaria capacità (a volte ancora a livello molto potenziale) come tutte gli altri animali di poter interagire interspecie, la capacità di imparare a leggere il linguaggio dell’altro, che sia verbale, paraverbale, non verbale e di interagire, di porsi in relazione, di capire e farsi capire in modo etologico e, rivoluzione copernicana, comportarsi con l’altro in modo non aggressivo ma appunto empatico, etico, affettivo, solidale.

Nel mio concetto di comunicazione etologia c’è una bilancia fra fermezza e dolcezza, ma è una fermezza finalizzata alla chiarezza, che ha sempre un substrato di empatia/amore e non certo di volontà di sottomissione o predazione, è un modo per spiegarmi bene, è soprattutto attesa, pazienza e perseverante calma nel mostrare chiaramente il codice della domanda perché venga colto. Da quel momento questa “fermezza” potrà essere sempre più addolcita fino alla leggerezza o alla quasi invisibilità del messaggio. Semplicemente i comportamenti/segnali predatori li evito.
Ps: non confondiamo la necessità di convivenza in un ambiente completamente antropomorfo con la sottomissione, è sottomissione sì tanto quanto lo è la nostra al sistema umano presente, inevitabile e creata attraverso l’educazione. La differenza c’è sicuramente nel fatto che noi abbiamo la possibilità di esserne consapevoli a livello globale/universale mentre la realtà del cavallo è decisamente più ristretta e di conseguenza più ristretta è la sua consapevolezza/comprensione (potenziale) del mondo, sta a noi “sdebitarci” (del pasticcio umano), essere il più possibile leali, non approfittarci di questo suo “limite”, di insegnare e dare strumenti utili, anche per la convivenza migliore possibile per entrambi, invece che sottomettere...e qui si aprirebbe un altro capitolo su quale sia il compromesso “etico” anche nelle richieste che facciamo/imponiamo a questi (e altri) animali.

Inoltre questa comunicazione, che è relazione, è reciproca! Il cavallo costantemente mi insegna i suoi codici di comunicazione e usa quelli di cui ha riscontrato un’efficacia (di cui noi diamo conferma spesso in modo inconsapevole, come il dare cibo quando lui rampa sulla porta del box per chiederlo, per poi lamentarci del fatto che lo faccia), anche per lui vale l’uso della bilancia fra fermezza e dolcezza ma purtroppo per lui gli esseri umani nel ritenersi più intelligenti e importanti hanno anche ritenuto di avere a disposizione per il proprio comodo la vita e il benessere degli altri e hanno smesso di ascoltare e di comportarsi in modo che paradossalmente chiamiamo "umano".

Il cavallo non ci vede come predatori, vede i nostri comportamenti predatori, ha avuto il più delle volte esperienza degli umani come creature ombrose, a volte imprevedibili e purtroppo spesso con comportamenti aggressivi o peggio violenti perchè è questo che gli abbiamo fatto conoscere di noi, ma questa è una briciola anche piuttosto svilente di come un cavallo ci può vedere, cioè in buona sostanza di come utilizziamo le nostre risorse di essere degli esseri umani. Possiamo fare decisamente meglio, la cosa incredibile è che, a meno che non abbiamo fatto danni veramente irreparabili, dal cavallo (e dagli animali in generale) abbiamo ancora il beneficio del dubbio, la possibilità di essere ancora ascoltati e di farci conoscere diversamente, sta a noi farne tesoro e scegliere chi siamo.